La ricerca

Parole di ieri

Le fonti di cento e più anni fa usano parole e grafie che oggi si sentono poco o si scrivono diversamente. Come le conserviamo.

Le fonti più antiche

Una parte del dizionario viene da testi scritti cento, centocinquanta e più anni fa. Sono le fonti più preziose, perché conservano il gallurese di chi è vissuto prima di noi, ma anche le più difficili da leggere oggi.

AnnoFonte
SettecentoLe poesie di Gavino Pes, Don Baignu (1724–1795), stampate nell’Ottocento
1840Giovanni Spano, Ortografia sarda nazionale: il Padre nostro di Tempio e di Aggius
1854Tommaso Pischedda, Canti popolari dei classici poeti sardi
1861Giovanni Maria Mundula, il Vangelo di Matteo «voltato in gallurese di Tempio»
1862P. P. Porqueddu, La profezia di Giona, versione tempiese
1865Auguste Boullier, L’île de Sardaigne: dialecte et chants populaires
OttocentoMichele Andrea Tortu (1834–1888) e Michele Pisano (1857–1925), i Poeti di Aggius
1900Giovanni Mari, Per il folk-lore della Gallura
1922Gino Bottiglioni, Leggende e tradizioni di Sardegna

Le grafie di ieri

Quello che è cambiato di sicuro è il modo di scrivere. Gli autori dell’Ottocento scrivevano il gallurese con le lettere dell’italiano, perché non esisteva una grafia condivisa; Bottiglioni, che era un linguista, usava i segni della fonetica. Qualche esempio, con la grafia di oggi accanto:

Nella fonteOggiDove
vecchia, specchiu, chioduveccja, spèccju, cjoduPischedda, 1854
aghiu a dìaggju a dìMundula, 1861; Porqueddu, 1862
cóḍḍucódduBottiglioni, 1922

Altre grafie non sono antiche, ma precedono lo standard del 2024 e sono ancora usate da molti autori: ghjustu per gjustu, ceddha per cédda. Le trattiamo allo stesso modo.

Nei testi la grafia antica resta com’è: un’opera del 1854 si legge come fu stampata. Nel dizionario la parola sta sotto il lemma di oggi, e la grafia della fonte resta accanto, con il suo testimone. Come scriviamo le parole

Le parole: che cosa sappiamo davvero

Più difficile è dire quali parole non si usano più. Una parola che compare solo in un libro del 1854 può essere scomparsa, ma può anche essere viva in un paese di cui non abbiamo ancora testi. Per questo seguiamo una regola semplice: la data di una fonte non basta a dire che una parola è morta.

Segnaliamo una parola come antica solo quando una fonte lo dice. Oggi i casi sono pochi:

  • décu («devo») vive nella poesia di Gavino Pes e in un proverbio, di chist’ea non decu bì. Oggi, per dire «devo», si usa per lo più aggju di con l’infinito: aggju di bì. Nel dizionario décu porta l’indicazione «letterario» e, accanto, la forma di oggi. Il condizionale, invece (duaria), è ancora documentato.
  • La rubrica «Antichi parauli» della rivista La Bèltula gadduresa raccoglie parole antiche. Alcune portano nel dizionario l’indicazione «uso tradizionale»: dolimosu («reumatico»), tutturroni («parotite»), zurùmbura («gobba»).

Parole da verificare

Circa una voce su venti, poco più di quattrocento, è documentata finora soltanto in testi scritti prima del 1925. Eccone alcune:

ParolaItalianoFonte
carruggjuvicinatoGavino Pes
frassatéddacopertaGavino Pes
tinnusennoGavino Pes
celvaredducerbiattoBoullier, 1865
dajonigrossa dagaPoeti di Aggius
acchittonipoledronePoeti di Aggius
acchèttucavallino da lavoroMari, 1900
zilibriccucavallettaMari, 1900
lòsasepolturaMari, 1900
sazaldòtusacerdoteMari, 1900
spèltaintelligenteBottiglioni, 1922
pundàccjufollettoBottiglioni, 1922

Questo elenco non è un cimitero di parole. Nello stesso gruppo finiscono anche parole di tutti i giorni, come i numeri, che semplicemente non abbiamo ancora trovato in un testo recente. Molte altre sono solo grafie antiche di parole vive. E quando un parlante non conosce una parola, può voler dire soltanto che nel suo paese non si usa: la stessa parola può essere viva altrove.

Per sapere davvero quali parole si sono perse servono i parlanti, paese per paese. Se conosci una di queste parole, o sai che non si usa più, scrivici e dicci in quale paese: ogni risposta viene registrata con il paese di chi la dà.